Pensieri Amici

L’uomo al centro dell’universo artefice della propria fortuna che si costruisce e conquista il proprio destino... erano in effetti solo gli uomini le donne ce ne erano poche e si dovevano presentare come delle sante asessuate vedi Ildegarda di Bingen...

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Questa è una storia di coincidenze, perchè tutti le chiamano così. Anni fa vivevo ad Arezzo e la frazione di Indicatore mi ha sempre suscitato una grande curiosità; ogni volta che vedevo il nome nei cartelli continuavo a pensarci per ore pur non essendoci attrazioni o posti da visitare ma Indicatore era un nome che aveva qualcosa e non riusciva a lasciarmi indifferente.

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DICIASSETTE ANNI DI "FOLLE AMORE "

SUCCEDE A INDICATORE
INTORNO AD AREZZO
DOVE L'AMORE PER L'ARTE
NON E’ SOLO UN VEZZO

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Andreina Giorgia Carpenito sta lottando da diciassette anni per realizzare il suo sogno, con tutti i mezzi disponibili. Si tratta della costruzione di un grande mosaico sul sagrato della chiesa parrocchiale dello Spirito Santo, un ampio tappeto musivo della superficie di 440 metri quadrati che ricopre per intero il sagrato.

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ARTE COME INNO ALLA GIOIA

ANDREINA GIORGIA CARPENITO

 

 

Nell’introdurre il percorso artistico di Andreina Giorgia Carpenito, non saprei trovare parole più appropriate di quelle espresse nel titolo di questo intervento per fornire, in prima battuta, una definizione chiara ed immediata dalla quale ripartire per offrire più estese riflessioni.

Infatti sia che si voglia scorrere con lo sguardo la molteplice ampiezza del suo lavoro, sia invece che si voglia puntare al nucleo originario ed essenziale della sua poetica artistica, non si può non essere rapiti, in alcuni casi soggiogati, da un’estetica gioiosa e vitale quanto spontanea e traboccante che si afferma con rigogliosa evidenza.

Questa considerazione viene ancor più rafforzata dal fatto che, conoscendo l’artista, si comprende che tutto il lavoro ne riflette schiettamente la personalità semplice e gioiosa, creativa e determinata.

Era il 1998 quando Andreina mi chiese di presentare il dipinto raffigurante “La discesa dello Spirito Santo”, la grande pala d’altare in forma di trittico che andava a delimitare l’apertura del corridoio di deambulazione, procurando una dimensione più raccolta all’area presbiteriale della chiesa parrocchiale di Indicatore.

L’iter del lavoro si concluse con una memorabile messa solenne di inaugurazione, con la chiesa gremita di fedeli ed alla presenza di Flavio Carraro, allora vescovo della Diocesi di Arezzo, Cortona, Sansepolcro.

In quell’occasione Andreina mi parlò dei suoi futuri progetti ma credo che allora non fosse del tutto consapevole dell’attività che per molti anni l’avrebbe impegnata nel dedicarsi ad impreziosire la chiesa. L’edificio infatti si presentava molto spartano, se non addirittura scarno, dall’architettura “razionalista”, realizzato in cemento e mattoni. Era stato edificato negli anni ’60, come tanti altri costruiti a ridosso del boom industriale, quando l’espansione economica e della popolazione aveva richiesto nuove parrocchie nella immediata periferia di Arezzo.

La pala d’altare fu la prima opera della lunga serie che ora adorna l’edificio ed uno dei suoi primi significativi lavori, sebbene l’artista, dopo gli studi all’Istituto d’Arte di Arezzo ed all’Accademia di Belle Arti di Firenze, aveva già al suo attivo partecipazioni a mostre e ad eventi espositivi.

Infatti fu proprio ad una di queste mostre collettive che l’avevo conosciuta anni prima: “Altre Luci” la rassegna d’arte che si allestiva annualmente, lungo tutti gli anni ’90, a San Giustino Valdarno, a cui ero spesso chiamato per la presentazione critica.

La rassegna, dovuta tra gli altri alla dedizione di Sauro Amegli, egli stesso pittore poi anche sindaco di Loro Ciuffenna, raccoglieva una vasta schiera di artisti ed è ancora ricordata come una decisa opportunità di valorizzazione dell’arte, non solo del territorio aretino ma di estensione quantomeno toscana, favorendo la conoscenza e lo scambio tra gli artisti e il pubblico, colmando un vuoto di attenzione verso il contemporaneo di cui soffre spesso il nostro territorio.

Grazie anche alla determinazione e alla volontà del parroco Don Santi, Andreina quasi adottò la chiesa facendone centro principale dei suoi interessi artistici. Infatti proseguì il lavoro e, nel 2002, il locale adiacente al corpo principale dell’edificio fu reinventato come cappella per le messe feriali, dedicata all’Incontro con Gesù, per la quale realizzò 5 dipinti e la vetrata.

Successivamente dipinge le vetrate lungo il corridoio di deambulazione che corre intorno alla “navata” principale e che raffigurano le varie tappe della creazione, poi mette mano alla grande vetrata in alto sul presbiterio dedicata alla Trinità, entrambe di circa 80 mq.

Inoltre, all’interno della chiesa realizza anche la mensa d’altare, l’ambone, la seduta, ed altri arredi liturgici che vengono restituiti a nuova vita.

Poi è il turno della facciata per la quale mette in opera 240 formelle di terracotta policroma con scene dell’Apocalisse, libro profetico scritto da S. Giovanni Evangelista nell’isola di Patmos.

Infine, tra il 2009 e il 2010 ancora una visione profetica, quella di Ezechiele, per la quale realizza il grande mosaico che ricopre gran parte del sagrato che rappresenta: “Il fiume che sgorga dal tempio”.

Il profeta vede uscire dal tempio dell’acqua che, dapprima un rigagnolo, diventa un torrente, infine un fiume che scorre verso oriente e si getta nel Mar Morto e la regione desertica viene trasformata e rigenerata: dove c’era aridità ora c’è fertilità, dove c’era morte ora c’è vita. Il simbolismo del messaggio è evidente. E’ dal tempio, cioè da Dio, che viene la vita, ma l’uomo deve posizionarsi sui confini stabiliti da Dio.

Il soggetto ben si adatta alla vena artistica di Andreina che ha modo di manifestare il rigoglio vegetale, la vita che sgorga, flora e fauna che rinasce, utilizzando il suo stile caratterizzato da figure simboliche, di immediata accessibilità e realizzate con la tecnica del mosaico, propria delle grandi decorazioni parietali che hanno caratterizzato l’arte bizantina come lo stile della tarda romanità e della chiesa dei primi secoli. Ma l’opera, per la colorata tecnica musiva, si apparenta anche ad uno dei capolavori del Novecento, Parc Guell del catalano Gaudì, l’architetto della sublime chiesa della Sagrada Famiglia.

La realizzazione dell’intero progetto musivo è ancora a metà strada, infatti oltre a dover essere completato nelle ampie zone laterali del sagrato, sarà articolato anche nella parte interna della chiesa dove si svolgerà in un enorme albero che dall’altare andrà verso l’esterno a rappresentare il cammino da Dio all’Uomo. Il tronco rappresenterà le virtù cardinali e le virtù teologali mentre i sette rami, i doni della sapienza, da cui spuntano i frutti, i doni dello Spirito Santo.

Sebbene in tutti questi anni l’artista abbia dedicato molto impegno alla chiesa di Indicatore, bisogna comunque ricordare che ha parallelamente dispiegato la sua creatività ad ampio spettro. L’esperienza realizzata nella multiforme serie di tecniche artistiche per la chiesa, la maturata capacità plastica infusa negli arredi liturgici, come nella terracotta policroma della facciata, nelle vetrate, nel mosaico, le ha permesso di accettare le varie tipologie d’intervento come una sfida. Una sfida a non fermarsi, a “ricostruire” una realtà che spesso appare grigia e triste, partendo da oggetti di uso quotidiano: sedie, lampade, grandi piatti e uova decorate, borse e capi d’abbigliamento, tappeti intrecciati come il coloratissimo mosaico e così via.

Soprattutto ha curato scenografie inserendo elementi di propria invenzione, totem a forma di grandi labbra, figure antropomorfe, tartarughe o grandi pesci.

Questa è la “visione” di Andreina Carpenito: un’arte globale, senza confini, che non si limiti a dipingere il quadro da appendere in camera, ma che rinnovi il quotidiano in una straordinaria visione, rigogliosa e vitale, nutrita di colori caldi e vivaci.

Questo è il dono dell’artista e da sempre il senso più profondo del fare arte.

Come la chiesa di Indicatore, anonima e grigia, è stata arricchita ed impreziosita, così Andreina innalza il proprio paradiso in terra, facendo della propria arte un inno alla vita.

 

Giugno 2012                                                                             Michele Loffredo

 

 

INTERVISTA CON…. ANDREINA GIORGIA CARPENITO

Andreina Giorgia Carpenito è nata a Sursee (Svizzera) il 16 Novembre 1970. Ha frequentato l’Istituto d’Arte di Arezzo,specializzandosi nella sezione di Oreficeria e poi l’Accademia delle Belle arti di Firenze (sotto la guida del prof.Gustavo Giulietti) sezione Pittura. Scultrice,pittrice,fotografa,designer ha esposto in Italia e all’estero:al momento lavora ed opera ad Arezzo come libera professionista.

 

Quali sono i tuoi esordi nel campo artistico?

Ho cominciato a creare da giovanissima. Già a 16 anni infatti mi sono appassionata al design di oreficeria e ho dunque iniziato a collaborare con aziende orafe che trattavano l’oro; in seguito sono entrata a far parte di vari gruppi di pittura appartenenti alla zona del Valdarno e ho partecipato a diverse mostre,finchè ho sperimentato il campo del design in tutte le sue forme,dalla moda all’arredamento (a questo proposito posso dire di aver lavorato per molti locali,specialmente per discoteche e disco-pub). Inoltre,nel passaggio fra Istituto e Accademia c’è stata l’esperienza del restauro presso un restauratore di vasellame antico (che si occupava anche di ceramiche e buccheri) durata circa un anno. Sotto committenza privata ho poi realizzato moltissimi quadri (specialmente ritratti e copie d’autore) utilizzando la tecnica di olio su tela e olio su tavola.

C’è stato un evento che ha segnato la tua carriera artistica?

Nel 2000 ho visitato per la prima volta alla Biennale di Venezia e qui mi si è letteralmente aperto un mondo: a questo punto ho deciso di voler creare qualcosa di originale e diverso da quanto avevo provato prima,qualcosa che rappresentasse la mia personalità. Le opere di Alighiero Boetti sono state una grande fonte d’ispirazione sotto questo punto di vista:ho infatti cominciato a produrre installazioni,sculture,lampade e manufatti bidimensionali e tridimensionali.

Che materiali usi per creare queste opere?

Nella mia vita penso di aver usato tutti i materiali possibili o,almeno,la maggior parte di essi. Ho lavorato col legno,col vetro,con la ceramica,col gesso,con i calchi,con la resina,con l’acciaio e col caucciù. In particolare,per queste creazioni mi servo di reti di metallo intrecciate con lana,cotone e rafia,materiali che le rendono particolarmente colorate ed elastiche.

Dunque materiali in sintonia col tuo modo di concepire l’arte?

Direi proprio di sì. Mi ritengo una persona molto positiva e allegra,amo la vita in tutte le sue sfaccettature e cerco appunto di rendere questo pensiero in ciò che realizzo. Mi piace creare immagini surreali di fantasia,mondi colorati e favolistici che vanno al di là delle leggi di gravità,dove ci si trova immersi in ciò che forse si vorrebbe vedere e dove si è costretti a tornare bambini,ricorrendo ad una simbologia e ad un linguaggio molto semplici,quelli che ci vengono insegnati non appena cominciamo a capire. La mia arte lascia il posto all’interpretazione individuale anche se il suo scopo è quello di creare una dimensione in cui lo spettatore possa essere felice,rievocando visioni di cui ha perso memoria; i materiali utilizzati,grazie alla loro morbidezza, al loro calore e alla loro elasticità,suggeriscono l’idea del gioco,così che, anche se le opere cadessero a terra, non potrebbero rompersi.

Cosa pensi o che sensazione provi quando crei?

Creare è liberatorio,ma anche faticoso, perché la tua mente ed il tuo pensiero sono rivolti solo a quello. La fase creativa mi distrugge poichè è un’ossessione fissa,il cui momento scatenante è la notte e dunque una delle conseguenze principali dello struggimento diventa la mancanza di sonno. Quando poi l’idea prende forma, inizia la fase luminosa che presuppone felicità. Successivamente, si passa ad un'esecuzione dell'opera che, a seconda del tempo, diventa ancor più faticosa, dato che uno dei tuoi pensieri più grandi è quello di terminarla; inoltre, a metà del lavoro, subentra una sorta di senso di onnipotenza e di stupore per essere riuscita a materializzare ciò che prima era soltanto un’idea. Alla fine,invece,mi rimane la malinconia dovuta alla separazione da ciò che è mio e che mi ha impegnato fisicamente e mentalmente.

In questi dodici anni ti sei occupata solo di arte moderna e contemporanea?

A dire il vero no. Nel 1997, infatti ,sono approdata all’arte sacra e ciò è potuto accadere solo grazie all’incontro con quello che si sarebbe poi rivelato il mio primo committente,ossia il parroco Don Santi Chioccioli che, dopo aver messo in sicurezza la struttura pericolante della Chiesa dello Spirito Santo di Indicatore che era da demolire ,cercava di eliminare la troppa luce che abbaglia colui che si trova in raccoglimento;ecco che nasce quindi l’idea di realizzare una pala d’altare (di 24 mq)che concentri lo sguardo verso chi parla. La pala,in legno, è dedicata alla discesa dello Spirito Santo,descritta da volute che avvolgono la Madonna ed i discepoli nel Cenacolo,caratterizzati da piccole pennellate. Dio è qui inteso come discesa interiore,tanto che ciò che è dipinto nella pala diventa materia nelle altre opere: ciò significa che nella Cappella quello che sembra essere solo un’illusione ottica,è in realtà materia perché il supporto ligneo è lavorato a stucco,inciso a bassorilievo così da suggerire l’idea che siamo fatti della stessa consistenza di Dio e che riflettiamo i colori del suo volto. Nella cappella inoltre,sono presenti cinque dipinti dedicati all’incontro con Gesù,tutti realizzati su tavola,con stucchi e dipinti a olio. In seguito mi sono occupata anche dell’altare e dell’ambone,poi sono passata alla vetrata dell’abside che descrive la Trinità. In questo caso il vetro è dipinto con colori a piombo da stoviglierie, cotto a 580°; considerando anche le vetrate basse perimetrali,dedicate alla Creazione del Mondo,la superficie ricoperta è di 80 mq. Nel 2006 sono cominciati i lavori della facciata,raffigurante l’Apocalisse di San Giovanni ed istoriata con 240 formelle in bassorilievo di terracotta policroma;solo il portale pesa 18 quintali e rappresenta i 144.000 fedeli portati al cielo e appartenenti alle sette Chiese che Dio ha salvato. La facciata ha strisce orizzontali che raffigurano il Battesimo,mentre quelle laterali descrivono il Male (a sinistra) ed il Bene (a destra) così che,procedendo in successione,possiamo vedere la meretrice di Babilonia,l’arcangelo Michele che uccide il drago nel deserto mentre sta per rapire Gesù nel momento in cui è concepito in cielo da Maria,circondata dalla luna e dalle stelle. Infine,nel 2008 ho prodotto anche i paramenti per Don Santi.

Qual è stata la difficoltà maggiore di questo progetto?

Questo progetto ha richiesto la maggior parte delle mie energie,non solo dal punto di vista intellettuale (poiché l’opera richiedeva una conoscenza approfondita del testo biblico su cui mi sono basata),ma anche da quello fisico perché ci siamo dovuti arrangiare con i pochi mezzi di fortuna a nostra disposizione, lavorando alla mercé delle intemperie ,senza nessun tipo di attrezzatura e con le offerte di coloro che si sono appassionati ed hanno apprezzato l’impegno. Ma ci vorrà ancora una bella dose di entusiasmo per terminare un’opera che è soltanto a metà.

Cosa intendi dire?

Che il lavoro non è ancora finito. Nel 2009,infatti, ci siamo accorti che dall’interno della chiesa era arrivata l’ora di passare all’esterno e la sola facciata non era sufficiente a recuperare visivamente il degrado dell’intero edificio;quindi, per eliminare il parcheggio delle auto in prossimità della porta d’entrata,era giusto rialzare un sagrato che creasse dei limiti:da qui l’idea ispirata a Gaudì ,ossia utilizzare materiali di scarto da cantiere che ci consentissero l’esecuzione di un mosaico con una spesa minima. A questo proposito abbiamo utilizzato il gress porcellanato,la maiolica,le mattonelle da esterno e da interno e,addirittura, pezzi di risulta,senza nessuna esclusione. Ci terrei a sottolineare che questo mosaico è un pezzo unico,dal momento che non ne esiste un altro uguale,specialmente per il modo in cui è stato realizzato e per la sua grandezza. Esso,infatti,occupa interamente il sagrato e descrive la Fonte Sacra che nasce ad Oriente,dalla quale sgorgano l’acqua dolce (simbolo del Bene) e quella salata (simbolo del Male) secondo l’interpretazione del profeta Ezechiele sulla nascita del Tempio e sulla salvezza del mondo. Tutto ciò però,non è altro che una piccola porzione dell’opera,dal momento che le parti circostanti verranno riempite con altri mosaici di porfido e pietre policrome,fino a chiudersi in un giardino che si affaccia sulla strada statale,ma comprendente vialetti e un portico con panchine,nelle quali il fedele potrà sostare per rilassarsi e contemplare,immerso in uno spazio tutto suo. Abbiamo poi pensato di creare un altro grande mosaico all’interno della chiesa che si svilupperà dall’entrata per 400 mq,il cui tema principale sarà la descrizione dell’Albero della Vita; infine ci occuperemo delle colonne che dividono le tre navate. Al momento il mosaico misura 240 mq,ma siamo arrivati a calcolarne 1200 affinché l’opera sia completata.

Come fai a portare avanti questo progetto se i mezzi sono così limitati?

Non nego che ci siano difficoltà. Fortunatamente,il 27 Ottobre 2011,nel Museo d’Arte di Ravenna, c’è stata la presentazione del progetto del mosaico,insieme ai bozzetti ed ai progetti architettonici dello stesso. Per l'occasione è stato creato un allestimento che presentava un tappeto di 15mq in tessuti filati, con rappresentato il bozzetto dell'interno della chiesa ,raffigurante lo sviluppo delle Tre Virtù Teologali Cardinali, insieme ai 7 Doni ed ai 12 Frutti dello Spirito Santo. Oltre a questo sono state esposte anche le tartarughe realizzate sempre in filati e poi dipinte, sostenute da strutture di ferro: bozzetti, anche questi,che descrivono uno degli animali che andranno a popolare il giardino- scultura "Oasi del Pellegrino"situato di fronte alla Chiesa di Indicatore. Tutto questo per dire che,quando la mostra si è replicata a Milano presso il Museo Fondazione Luciana Matalon,è stata anche organizzata una serata al fine di raccogliere fondi per la realizzazione del mosaico, tramite la messa in vendita di un numero limitato, numerato e archiviato di opere uniche,quali le uova di struzzo( dipinte e incise a mano) e i piatti in vetro dipinti, che io stessa ho realizzato, con i particolari del mosaico.

 

Quale mostra/riconoscimento/evento ti ha dato più soddisfazione come artista?

Devo dire che nel corso dei vari anni ho esposto sia in Italia che all’estero,facendo mostre da Torino a Ferrara,da Milano a Monaco,da Firenze a Stoccarda,solo per citare le più famose. Di certo l’evento che considero più importante è l’inserimento del mosaico nel CIDM(ossia il Centro di Documentazione del Mosaico) di Ravenna.
Infatti,un artista vivente, se non famosissimo a livelli internazionali, non avrà mai l'opportunità di varcare la soglia di un museo come istituzione pubblica, quindi sapere che una tua opera sia stata storicizzata e considerata importante è meraviglioso.

 

Qual è l'opera (fra tutte quelle che hai realizzato) che ti piace di più?

Sicuramente l'opera successiva, quella che verrà, perché carica di maggior esperienza e di grande stimolo.

 

Se dovessi fare una critica a te stessa o al tuo lavoro,cosa criticheresti?

Sinceramente niente,perché vivo la vita che ho sempre desiderato vivere e che ho scelto, in pieno fermento,sempre ricca di paure,ansie ed emozioni grandissime.

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho imparato che al di là dei miei desideri e del mio impegno, alcune cose vanno per me come è già stato stabilito.
Sicuramente continuerò alla ricerca di qualcosa che continui a stupirmi attraverso forme materiali e tanto colore.

Valentina Ariani

 

 

 

La prima parte del grande tappeto musivo, La Visione di Ezechiele, si estende all’esterno della chiesa parrocchiale di Indicatore, quartiere operaio alle porte di Arezzo, occupando una superficie di 240 mq. del sagrato, e riproduce la fonte sacra che nasce a Oriente, il bene identificato dalle acque pulite brulicanti di pesci, fiori e alberi da frutto; nell’altro lato, tutto si inquina, le acque salate distruggono i raccolti e la vegetazione muore, così il profeta Ezechiele descrive la nascita del tempio e la salvezza del mondo dal male.

La seconda parte, non ancora realizzare, ma visibile nei suggestivi bozzetti, andrà a completare la monumentale opera che, una volta terminata, sarà la più grande d’Europa, raggiungerà una superficie totale di 1500 mq. ed interesserà l’interno della chiesa: la navata centrale e le due laterali, e riprodurrà le virtù Teologali, Cardinali, i sette Doni ed i dodici Frutti dello Spirito Santo attraverso la figurazione di un albero di quercia.

L’intera opera musiva fa parte del complesso progetto di riqualificazione della chiesa dello Spirito Santo, progettata alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso e terminata qualche anno dopo, riporta tutti i dettami architettonici dell’epoca: un anonimo parallelepipedo, più alto che lungo, di cemento armato e mattoni, costruito in un uno spazio esiguo incuneato fra la ferrovia e la strada statale; una costruzioni “a termine” come ce ne sono tante in ogni Diocesi italiana che, se non fosse stata per la tenacia dell’eclettica e giovane artista, Andreina Giorgia Carpenito e del suo committente, il parroco don Santi Chioccioli, sarebbe stata demolita per essere poi ricostruita in altro luogo.

Il termine “mosaico” deriva dal greco e significa «opera paziente, degna delle Muse». Ed anche per realizzare questa prima parte de la Visione di Ezechiele la pazienza ha avuto un ruolo importante sia intermini di tempo, ad oggi 15 anni di certosino lavoro, sia di esecuzione: le tessere del mosaico di varia materia, gres porcellanato, piastrelle, maioliche ed altro è tutto materiale di risulta, infatti, proviene da discariche locali o è di seconda scelta quale frutto di donazioni.

Una volta completate ed unite le due parti sarà “accerchiato” da un altro tappeto musivo che incornicerà il mosaico del sagrato la cui realizzazione sarà in porfido e pietre policrome con inserimenti di mosaico a mattonelle ed ospiterà un giardino con vialetti e panchine istoriate in mosaico, dove il viandante potrà contemplare questo piccolo angolo di paradiso.

Antonella di Tommaso

Quando mi hanno chiesto se potesse portare la sua arte al Palazzo della Racchetta, non riuscivo a capire. Andreina Giorgia Carpenito, donna che è riuscita da sola, e forse per la prima volta nella storia, ad essere un'artista completa ad entrare nel mondo dell'arte e della decorazione ecclesiastica; una donna che, con una grande passione e tenacia, ha compiuto un'impresa che, fino ad ora, era solo dedicata ai più grandi artisti uomini. L'ho accolta con grande entusiasmo e quando l'ho conosciuta di persona sono rimasto ancora più stupito: il suo sorriso, gli occhi azzurri e il suo volto quasi angelico contornato dai capelli biondi, si rispecchiavano nei colori e nelle forme dei suoi mosaici, trasmettendo con un linguaggio comprensibile la profonda conoscenza della tecnica accostata ad una grande spiritualità.
Andreina sia per i credenti ma anche per chi non crede, ti trascina nelle sue opere e ti inserisce in un mondo diverso, dove ciò che viene considerato eterno, stabile, necessario, assoluto prende il sopravvento, accompagnando l'anima in un esperienza volta a cogliere le strutture fondamentali dell'essere.
L'artista è versatile, passa dal mosaico alla pittura, dal tessile al vetro, tramuta qualunque materia dandone il significato più profondo; sia nelle trasformazioni di componenti architettonici preesistenti ché nel grande mosaico del Sagrato della Chiesa dello Spirito Santo in Arezzo, si percepisce una continuità ed una coerenza stilistica che ne contraddistinguono la grande personalità.
E' stata una gioia averla al Palazzo della Racchetta, circondata da veri amici "anch'essi artisti", in una mostra che ci ha fatto sentire parte del suo progetto.
E' grazie a quest'arte, che si esprime così forte, che lei ritrova se stessa negli occhi di chi guarda e permette all'interlocutore di sentirsi parte del tutto.

Enrico Ravegnani

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